L'isola senza vita

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Testo: L'isola senza vita
di jacket

 1944, Oceano Pacifico. Era quasi notte, il cielo pareva sereno mentre il pilota italiano Luigi Ferretti era ansioso di rivedere sua moglie, che era rimasta incinta poco prima che partisse. Avrebbe ancora dovuto lavorare nell’esercito per un tempo indefinito, ma questo non lo scoraggiava più di tanto poiché stare tra le nuvole nel vasto firmamento era una delle cose che adorava di più. Mentre la sua mente rimuginava sui ricordi della sua tranquilla vita di campagna, il cielo iniziò ad oscurarsi da grigie e tristi nuvole. Luigi era abituato a volare in condizioni climatiche avverse e sembrò non turbarsi tanto, finché non iniziò a scorgere una tremenda tromba d’aria avvicinarsi come uno spirito selvaggio mosso dall’ira. Il pilota non ebbe abbastanza tempo per fuggire dal vortice devastante e finì  per essere risucchiato all’interno senza nessuna speranza di poter scappare… O forse si. Furono gli istanti più tremendi della sua vita, e se prima stava ripensando ai dolci ricordi insieme alla sua famiglia, ora rifletteva a quanto fosse triste morire da soli, lontani dalla propria casa senza l’occasione di rivedere un’ultima volta i propri cari. Per pura coincidenza o forse grazie alla divina provvidenza, l’aereo riuscì ad uscire dal turbine. Luigi grazie alla sua straordinaria abilità eseguì una precisa manovra salvando l’aereo dallo schiantarsi sull’oceano e lo guidò per svariate ore fino ad un’isola apparentemente disabitata, ma con il carburante quasi esaurito il biposto iniziò a perdere quota. Prima di scontrarsi col suolo, Luigi prese con sé una croce e una pistola. L’aereo si schiantò bruscamente sulla costa sabbiosa dell’isola causando un forte boato che fece spaventare tutti gli animali vicini. Il pilota respirava faticosamente, la sua vista era annebbiata e i suoni gli rimbombavano nelle orecchie. Sentì dei passi avvicinarsi velocemente ma stava iniziando a perdere i sensi. L’ultima cosa che vide furono i piedi degli indigeni dirigersi verso di lui. Passarono circa 2 giorni, finché il pomeriggio del secondo giorno, Luigi si svegliò in una piccola cella con un altro giovane che lo stava osservando curiosamente.

- Dove… dove mi trovo?- mormorò Luigi.

L’indigeno iniziò a parlare nella sua lingua mentre lui  cercava di capire di cosa stesse parlando, con scarsi risultati. Il giovane indigeno aveva un aspetto piacevole ma sul viso e su tutto il corpo era pieno di cicatrici, segno di una vita passata non facile. Il suo sguardo era triste e una cosa poté notare fu il marchio tatuato sul braccio che raffigurava un teschio la cui fronte era segnata da un puntino rosso. Ad un certo punto, un uomo anziano la cui età si aggirava forse fra i 60 e i 70 anni si avvicinò e iniziò fargli delle domande. Luigi ovviamente non comprese cosa gli stesse chiedendo e inoltre era troppo occupato nell’osservare quella bizzarra figura. Aveva una carnagione scura e un corpo piuttosto muscoloso, mentre il viso marcato dai forti zigomi emanava saggezza. Era calvo, aveva gli occhi neri e non era molto alto, anzi, nessuno della loro tribù lo era eppure parevano essere dotati di una straordinaria resistenza e forza poiché tutti, anche donne e bambini possedevano dei muscoli ben visibili mentre i giovani uomini intorno ai 25, 30 anni sembravano essere direttamente usciti da delle statue greche. L’uomo era il potente Chayton Secondo, capo della tribù Kragor e discendente del grande sovrano Chayton Primo. Il capo spazientito, ordinò ai suoi uomini di aprire la cella ma sembrava avere buone intenzioni. Il fatto che Luigi non avesse risposto alle sue domande, Chayton lo prese come una mancanza di rispetto e lì tutti lo dovevano rispettare. Luigi era felice di uscire della piccola cella ma allo stesso tempo dubitava che volessero solo parlare. Prima di andarsene lanciò uno sguardo fugace al giovane indigeno che alzò il braccio, forse per salutarlo. Fu portato con forza da 4 guardie armate di lance in una casa che doveva essere quella di una persona importante del villaggio poiché questa a differenza delle altre abitazioni sembrava essere più sofisticata. Lo condussero fino ad una stanza decorata da statue antiche e muri dipinti di colori vivaci. Al centro c’era un tavolino e sopra di esso c'era la pistola che Luigi aveva preso prima di schiantarsi con l’aereo. La pistola era macchiata di sangue, Luigi poteva immaginare cosa fosse successo. Ad un certo punto il capo gli chiese qualcosa indicando l’arma. Luigi pensò che si riferisse al funzionamento dell’arma ma decise comunque di far finta di non aver capito sapendo che sarebbe stato troppo pericoloso illustrare ad una tribù sconosciuta il meccanismo di un’arma così potente. Chayton era furioso ma cercò di contenersi. Fece portare dai suoi guardiani un uomo ormai privo di vita con una pallottola conficcata nel cranio e la vedova del defunto marito insieme a sua figlia. Il capo indicò prima la disgraziata famiglia e poi la pistola che aveva messo fine alla vita dell’uomo. Con un cenno della testa fece ammanettare Luigi che intanto stava osservando con grande angoscia la donna che piangeva davanti al defunto marito. Lo portarono in un grande capannone situato ai margini del villaggio. Lungo il tragitto molti bambini incuriositi si avvicinavano per vedere chi era lo straniero dalla pelle bianca e nonostante i loro genitori cercassero di tenerli lontano ce n’erano almeno una decina che si nascondeva dietro gli alberi o nei cespugli. Luigi alla vista non poteva che accennare un lieve sorriso. Giunsero fino alla capanna e un odore tremendo di sangue gli pervase il naso. Si potevano udire le urla agonizzanti di persone che venivano torturate, Luigi non riusciva nemmeno a pensare cosa stessero subendo quelle povere persone. Prima di essere portato all’interno dell’edificio gli fu avvolta una benda attorno agli occhi per non vedere le orribili torture che venivano inflitte ai condannati. Lo condussero fino a una stanza completamente vuota con solo 2 sedie e abbastanza lontana per non sentire troppo le grida disperate. Gli tolsero le bende e lo fecero sedere sulla scomoda e rudimentale sedia opposta a quella del capo che seppur rudimentale anche quella era più decorata. Si trovavano faccia a faccia, la tensione era altissima ma Luigi rimase comunque composto e calmo. Il capo aveva in mano la pistola, la stava tenendo al contrario con la canna rivolta verso di sé. Disse qualcosa nella sua lingua con tono alto e arrabbiato indicando la pistola. Luigi continuò a far finta di non capire finchè Chayton non fece chiamare uno dei condannati. Un suo guardiano gli diede una frusta e il crudele capo della Tribù  iniziò a colpire il povero martire a cui era stato messo anche un bavaglio. La scena era orribile da vedere ma ancora più agghiacciante era la calma nelle espressioni del capo che stava torturando il prigioniero con assoluta mancanza, e dei guardiani che assistevano alla scena con totale indifferenza. Ad un certo punto il condannato smise di opporsi e cadde a terra privo di vita. Luigi era inorridito da quello che aveva visto e non osava pensare quel che sarebbe stato il suo destino se avesse agito in maniera spregiudicata. Chayton puntò il dito contro di lui come per indicare che sarebbe stato il prossimo se non lo avesse aiutato ma questo Luigi lo sapeva bene, gli era bastato vedere quel pover'uomo essere frustato a morte per capire come la loro civiltà viveva. Lo portarono di nuovo nella sua cella dove c’era ad attenderlo il giovane indigeno. C’era un nauseante odore di muffa dentro e le sbarre seppur fatte di bambù erano molto resistenti e anche se avessero rotto le sbarre c’erano comunque molti uomini armati di lance, spade e archi che sorvegliavano Luigi. Passarono diversi giorni e ogni giorno veniva a trovarli regolarmente il capo della tribù che cercava disperatamente di comunicare con lo straniero. Intanto Luigi stava iniziando poco a poco a capire a grandi linee quella lingua anche se molto spesso non capiva praticamente. Tuttavia grazie a queste conoscenze di base della lingua cominciò a parlare con il giovane indigeno che scoprì chiamarsi Takoda. Nonostante le incomprensioni i 2 legarono molto, arrivando dopo circa 1 mese ad avere discussioni anche più complesse. Luigi un giorno gli chiese perché si trovasse in prigione, domanda alla quale Takoda inizialmente si rifiutò di rispondere e per alcuni giorni non si parlarono più finché Takoda decise di raccontare la sua storia. Suo padre, Dyami, faceva parte della tribù dei Kragor, rivale della tribù Vorgar. Un giorno, durante una battuta di caccia vide la bellissima Winona, appartenente alla tribù rivale, e se ne innamorò perdutamente. I sentimenti venivano ricambiati ma il destino volle che nascessero in 2 clan opposti. Cercarono di fuggire di segreto la notte ma durante la loro fuga dei soldati membri del clan Vorgar li videro e catturarono Dyami. Fu torturato per molti giorni finché non morì di qualche malattia sconosciuta. Winona allora incinta, era afflitta da un dolore immenso e anche i suoi stessi familiari la rifiutavano, anzi, la cercarono di avvelenarla poiché il bambino che sarebbe nato avrebbe avuto nel suo sangue un membro della tribù Kragor. La donna riuscì a dare alla luce Takoda e prima di morire chiese alla sua migliore amica di portare il neonato fino all’accampamento dei Kragor poiché avrebbe avuto una vita meno crudele lì. E così morì anche sua madre, senza nemmeno aver avuto la possibilità di conoscerla. Takoda crebbe subendo molto bullismo e alcune volte veniva persino picchiato così forte che la sua faccia diventava irriconoscibile. Una notte, esasperato dall'essere continuamente vittima di atti violenti, si avvicinò verso il gruppo di ragazzetti che lo bullizzavano nascondendo una lama sotto i vestiti e appena fu abbastanza vicino,  pugnalò uno di questi alla schiena. Gli altri ragazzi scapparono e corsero a dirlo al capovillaggio. Takoda fu arrestato la stessa notte e solo poco tempo dopo arrivò Luigi. Luigi era commosso dalla storia di Takoda, tanto che i suoi occhi erano lucidi. All’improvviso si sentirono da lontano delle persone gridare, probabilmente qualcuno che stava lottando. Le 2 tribù stavano lottando, era la loro occasione. Takoda iniziò a scavare sotto terra con un piccolo utensile che aveva nascosto in un angolino della cella coperta di foglie.

- Cosa ha in mente Takoda?- chiese Luigi stranito.

-Prima di essere catturato ho rubato da una guardia le chiavi che aprono la cella. Questa è la nostra opportunità di uscire e andare a cercare il tuo macchinario volante, sbaglio o hai detto che poteva portare 2 persone?-

-Giusto, il macchinario volante di cui parli si chiama aereo. Ma c’è comunque un problema, quando sono atterrato qui l’aereo aveva delle risorse di carburante molto ridotte, ma ci dovrebbero ancora esserci le riserve di carburante in caso di emergenza.-

-Va bene ma sbrighiamoci, approfittiamo di questa occasione-

I 2 compagni uscirono dalla stretta cella e si rifugiarono nel bosco fra gli alberi

-Ho sentito dire da delle guardie che il tuo “aereo” è stato nascosto vicino alla foce del fiume Aarest, un corso d’acqua minore che si trova più a Ovest. Seguimi e non fare rumore-

Passarono circa mezz’ora per giungere fino alla foce del fiume ma biposto non c’era. Iniziarono a cercare nei dintorni con zero risultati finché proprio quando stavano per rassegnarsi Luigi notò un’ala dell’aereo sbucare fuori da uno scoglio. Chiamò subito Takoda e quando raggiunsero gli scogli riuscirono finalmente a trovare il biposto. Luigi si affrettò a controllare se fossero rimaste delle riserve e per loro fortuna ce n’era abbastanza.

-Meglio che riempiamo oggi il serbatoio col carburante delle scorte per poi partire domani, i membri della tua tribù potrebbero accorgersi che siamo scappati.- propose saggiamente Luigi.

-D’accordo, facciamo in fretta!-

Cominciarono a riempire il serbatoio sempre col timore che qualcuno del clan avesse notato la nostra assenza. Impiegarono quasi un quarto d’ora ma alla fine ce la fecero. Nascosero di nuovo il veicolo e ritornarono furtivamente nella loro cella sotterrando la chiave nel punto dove la terra era più soffice. Proprio in quel momento ritornarono dalla battaglia i Kragor con molti uomini feriti e altrettanti morti. Chayton sembrava distrutto, pareva che la battaglia non fosse andata molto bene. Quel giorno nessuno sorrideva o parlava e il solito guardiano che portava i pasti era stato sostituito da un altro ragazzo molto arrogante e irritante. Il mattino successivo Takoda fu portato via, la sua sentenza di morte era stata confermata e sarebbe stata la prossima settimana, ma prima di andarsene Takoda diede a Luigi il suo cucchiaio rudimentale che sarebbe servito per riprendere la chiave.

-Torna a prendermi- sussurrò Takoda nell’orecchio di Luigi prima di andarsene.

Luigi era devastato, il suo unico amico e compagno gli era stato portato via e adesso la riuscita del piano dipendeva solo ed esclusivamente da lui. Calò la notte nel villaggio e Luigi scavò sottoterra per riprendersi la chiave e fuggì silenziosamente nel bosco. Si ricordava approssimativamente il percorso per raggiungere la foce dell’Aarest e infatti dopo un pò raggiunse il luogo. Arrivò dove era nascosto l’aereo e si riprese 2 coltelli affilatissimi che suo padre gli aveva regalato prima che lui partisse. Successivamente ritornò nel villaggio per cercare il suo amico e dargli il coltello. Dopo lunghe ricerche lo ritrovò in una cella vicino al capannone rannicchiato con la testa fra le gambe.

-Takoda svegliati!- sussurrò Luigi

Takoda si svegliò di colpo ma vedendo Luigi si rallegrò molto.

-Dove sono le chiavi che aprono la cella?- chiese Luigi

-Dovrebbero essere dentro il capannone all’ingresso ma fai molta attenzione, ci sono diverse guardie all’interno.-

Luigi avanzò furtivamente dentro il capannone ma proprio all’ingresso si ritrovò davanti una guardia che non lo vide poiché era girato di spalle. Si avvicinò così tanto che riusciva anche a sentire il suo battito e con una precisione millimetrica avvolse la sua mano attorno alla sua bocca impedendogli di urlare e lo colpì alla tempia col pomolo del coltello facendolo svenire. C’erano anche altre guardie più lontane ma a Luigi bastò solo strisciare rasoterra e alla fine riuscì a riprendersi le chiavi. Ritornò da Takoda e gli diede la chiave, ma prima di andarsene gli disse di essere preparato a mezzanotte di domani. Luigi ritornò nella sua cella e come se non fosse successo nulla si mise a dormire risparmiando le energie per domani. Il giorno successivo fu abbastanza tranquillo, nessuno sospettava di nulla e Luigi stava lì da solo a riflettere con lo sguardo perso in un altro mondo. Stava iniziando a tramontare il sole e lentamente le persone del villaggio stavano iniziando a rifugiarsi nelle loro case. Finalmente giunse mezzanotte, l’orario in cui  avevano stabilito di incontrarsi. Luigi sgattaiolò via e raggiunse Takoda che grazie alle chiavi che Luigi gli aveva procurato riuscì a uscire anche lui. Insieme stavano per raggiungere il bosco finché per errore Takoda non fece cadere le sue chiavi catturando l’interesse di una guardia che iniziò a gridare e avvisare i suoi compagni della fuga dei 2 prigionieri. Ormai era diventata una questione di velocità, Luigi e Takoda erano inseguiti da una ventina di uomini armati con frecce ma usando gli alberi come scudo riuscirono a sfuggire ai soldati. Corsero con tutta la loro forza delle gambe fino ai scogli dove era nascosto il biposto

-Muoviamoci, ci stanno raggiungendo!- gridò Takoda.

Entrambi salirono sull’aereo ma non c’era abbastanza spazio per decollare, l’unica possibilità di salvarsi era di usare le coste dell’isola come pista di decollo.

-Allacciati la cintura Takoda!- 

La tribù di indigeni li stava ancora seguendo e lanciarono diverse frecce al veicolo ma ormai era troppo tardi, l’aereo stava prendendo quota e saliva sempre più in alto.

Dopo alcune ore riuscivano a intravedere la terraferma e una nuova avventura stava per cominciare.

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